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Roberto Gentile, editore, blogger, consulente, head-hunter

Disaster recovery: come imparare da un disastro, "Sully" insegna

14/12/2016
11:00
 

C'è un "prima" e un "dopo" 11 settembre, tutti coloro che lavorano nel turismo lo sanno. Il "prima" era quando salivi su un aereo come in treno o in pullman, in aeroporto ti portavi i documenti solo se volavi all’estero e a bordo, se chiedevi alle hostess, potevi visitare la cabina di pilotaggio. Se eri fortunato, il comandante ti sistemava sullo strapuntino e ti godevi l’atterraggio. Altri tempi.

Il "dopo 11 settembre" sono aeroporti militarizzati, procedure di controllo defatiganti e cabine di pilotaggio trasformate in fortini inespugnabili. Il "dopo" è che siamo tutti coscienti che il peggio può capitare, dovunque e comunque.

Il "dopo" ha creato una nuova attività, la "disaster recovery", ovvero "gestire l’insieme delle misure logistico-organizzative atte a ripristinare situazioni deteriorate a fronte di gravi emergenze". Si può evitare uno tsunami? No. Si può impedire un attentato terroristico? Spesso sì (e noi non ne sapremo mai nulla), ma talvolta no (il Bardo, Charlie Hebdo, un kamikaze ecc.). Quando il disastro è avvenuto, bisogna ripristinare al più presto la normalità e fare in modo che i danni - alle cose e alle persone - siano il più possibile limitati.

La "disaster recovery" può salvare più vite umane di quante ne abbia falciate la causa scatenante: si tratta d’imparare dagli errori e fare la cosa giusta. Dopo lo tsunami di 12 anni fa, nel sud-est asiatico, sappiamo tutti che - ricevuto l’allarme su un’onda anomala - la prima cosa da fare è allontanarsi dal mare e salire in alto. Lo sanno i giapponesi e i californiani, e pure chi abita nell’entroterra ligure. Lo tsunami del 2004 è stata una tragedia immane, ma - se si ripetesse oggi, con medesime modalità - sarebbe molto meno distruttivo di allora.

Europ Assistance, che di disaster recovery se ne intende, afferma che "l’errore, già che si è manifestato, deve portare a un beneficio, perché è necessario non ripeterlo e comprendere dove e come potrebbero manifestarsene altri". Insomma, l’esperienza insegna.

Un buon esempio? Il comandante Sullenberger detto "Sully", che sette anni fa salvò la vita a 155 passeggeri ammarando sul fiume Hudson, nel cuore di New York, con un Airbus US Airways. Esperto di incidenti aerei, studiati per passione in 42 anni di pilotaggio. Celebrato dall’omonimo film di Clint Eastwood, protagonista Tom Hanks, la cui migliore battuta è di un collega di Sully: "Bello vedere un aereo nel cuore di New York City, che porta in salvo 155 passeggeri". Era il 2009, solo 8 anni dopo l’11 settembre.


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